Studiare all’estero, che ansia!

Ciao amici, quest’oggi vorrei parlare di un argomento a cui tengo particolarmente, in primis per il fatto che era una delle cose per cui me la facevo più sotto nella vita e che invece, alla fine, sono comunque riuscita a fare: andare a studiare all’estero. Una delle poche cose di cui posso dire di andare particolarmente fiera.

Partiamo dal principio, da quando all’Università mi sono iscritta a lingue, perché era davvero quello che volevo studiare, e poi mi sono sentita dire da tutti “Eh beh, allora vorrai andare all’estero…”, “Sicuramente andrai all’estero a studiare”, “Eh, per imparare una lingua è fondamentale andare all’estero…” et similia, mentre io con sorrisetto di circostanza (ergo falsissimo) rispondevo “Eh, si, sicuramente è una cosa che dovrò fare” mentre dentro di me pensavo “Ma speriamo proprio di non doverlo fare mai…”

Fare una lista delle cose che mi spaventavano è forse anche superfluo: stare lontano da casa, dai luoghi a me cari, dalle mie abitudini, dover parlare una lingua straniera, essere da sola con la paura di non trovare amici, l’ansia di dover frequentare un’università diversa dalla mia… e probabilmente mille altre preoccupazioni che nella mia mente oscuravano tutti gli aspetti positivi che esperienze simili avrebbero potuto avere. Insomma, la para aveva proporzioni non indifferenti.

Finché, un (con il senno di poi) bel giorno, è arrivato quello che a questo punto potremmo proprio definire fatidico momento: mi venne proposto di andare a studiare per un mese e mezzo a Mosca. Ora, mi piacerebbe molto dirvi che non ci ho pensato due volte e ho colto senza indugio questa formidabile opportunità, ma purtroppo non è stato così.

La cosa divertente è stata che sul momento ho anche fatto finta di avere tutta la situazione sotto controllo e di voler accettare a schiena dritta e petto in fuori, per il semplice fatto che “Per imparare le lingue è fondamentale andare all’estero” e tutte le altre frasi che mi ero sentita dire allo sfinimento. Perché era quello che tutti si aspettavano che facessi, perché sicuramente mi avrebbero rinfacciato di non aver colto un’opportunità straordinaria e soprattutto perché sapevo che alla fine, se avessi ceduto il mio posto a qualcun altro, sentendone i racconti avrei rosicato per gli anni a venire. Con doti attoriali di, ammettiamolo pure, un certo calibro ho quindi finto di star padroneggiando perfettamente la situazione, mentre in realtà ricordo quei giorni come avvolti da un senso di spaesamento, come se tutto stesse succedendo senza che io potessi effettivamente fermare o modificare il corso degli eventi, che mi sgusciavano dalle mani come pesci rossi.

I giorni per decidere erano ben pochi, e, con un certo mio rammarico, non si stavano configurando scenari che motivassero una mia risposta negativa alla proposta. Succede anche a voi che, quando non volete fare una cosa, la vostra mente elabori mille scenari possibili e si auguri che vi capiti qualsiasi cosa, persino contrarre una rara malattia tropicale, che possa essere una buona scusa per non fare ciò che vi aspetta? A me, naturalmente, sempre.

Così, ancora mezza intontita, ho visto me stessa dire si, quando in realtà una parte di me voleva solo dire di no. Di cosa stavamo parlando? Io un mese e mezzo nella gelida Russia? Io che andavo a fare benzina all’una di notte pur di non dover interagire con il benzinaio? Con il poco russo che sapevo, poi… una missione suicida.

Dopo aver accettato, comunque, le cose sono andate meglio e ho cominciato a sviluppare un incontenibile, spumeggiante entusiasmo. Bugia. Per settimane ho fatto fatica ad addormentarmi la notte, pensando a come sarebbe stato, a come avrei fatto, a quanti problemi mi si sarebbero presentati e chissà come sarebbe stato, chissà come avrei fatto, e così per ore e ore prima di riuscire a prendere sonno, finché in un totale stato di stordimento, ho visto me stessa sbrigare le pratiche, prenotare il volo, salutare i miei genitori all’aeroporto e, infine, partire.

Ammetterò senza menzogne che il primo giorno lì, mi sono fatta prendere senza remore dallo sconforto. Volevo solo prenotare il primo volo e tornare a casa. Di nuovo, speravo mi capitasse qualcosa di assurdo che mi costringesse a tornare in patria, una scusa che coadiuvasse, senza svelarla, la mia codardia. Una volta al buio nel mio nuovo, scomodissimo letto, sotto lenzuola dalla discutibile condizione igienica, piansi. Ma tornare indietro così, solo per la paura, non si poteva. Ancora senza menzogne, riconosco che, soprattutto all’inizio, non è stato facile, che più di una volta non mi sono sentita all’altezza, che i primi tempi contavo quotidianamente i giorni che mancavano al rientro a casa. Pian piano, però, la vita a Mosca è diventata sempre più la mia vita: avevo stabilito una routine, conosciuto delle persone, creato dei legami e tutto sommato, cominciavo a sentirmi a mio agio anche tra la polvere e i piatti sempre da lavare dello studentato in cui vivevo. Allo scoccare dell’ultimo giorno, andare via mi sembrava strano, mi dispiaceva, mi rendeva malinconica. Non volevo tornare e sembrava assurdo pensare che solo poche settimane prima quello fosse invece il mio unico desiderio.

Quando poi sono tornata, mi sono resa conto di come quell’esperienza mi avesse inevitabilmente cambiata per sempre, rendendomi più sicura di me stessa, non foss’altro per il fatto di poter dire “Ce l’ho fatta, ho fatto una cosa che non tutti fanno e l’ho fatta io, proprio io che ho paura di qualsiasi cosa.” Sapere di essere stata capace di fare una cosa del genere, ha migliorato l’opinione che avevo di me stessa. Per una volta, ero andata oltre i miei limiti autoimposti, avevo fatto orecchie da mercante alle mie paure e avevo detto quel si, perché razionalmente sapevo bene che era la cosa giusta da fare, sebbene non fosse affatto quella che volevo fare. E anche se avevo avuto delle difficoltà e non avevo sempre brillato come la reginetta del ballo nel corso di quel mese e mezzo, e anche se avevo pianto più di una notte, la mattina mi ero sempre alzata, vestita ed ero uscita nel freddo moscovita senza far trapelare alcun segno di cedimento. Avevo vinto una piccola battaglia e potevo andarne fiera.

Tutto questo, non per dire che sono stata un fenomeno, ma per spiegare come, senza un particolare coraggio, senza essere quel tipo di persona, senza aver vissuto il tutto con inamovibile serenità ed inesauribile entusiasmo, ho fatto una cosa che pensavo di non essere affatto in grado di fare. Sono dovuta andare contro me stessa all’inizio, questo sì, ma poi tutto il resto è venuto da sé. Forse fa ridere come immagine, ma per me ognuna delle esperienze che facciamo negli anni è come un busto che via via si irrigidisce e ci aiuta a tenere ogni volta la schiena un po’ più dritta mentre ci scontriamo con le difficoltà della vita.

E infatti, negli anni seguenti mi sono capitate altre occasioni per andare a studiare all’estero e l’esperienza acquisita mi ha aiutata a viverle più serenamente. Senza un minimo di paura mai, ma sicuramente in maniera un po’ più rilassata. Come già dicevo qui, lo sforzo grande va fatto una volta, la prima. Avuto il coraggio/la fortuna/la forza/l’incoscienza di farlo quella prima volta, tutte le volte successive saranno una versione edulcorata della prima.

Se vorrete leggermi, nel prossimo post vi racconterò di come sopravvivere all’Erasmus. Di come affrontare un’esperienza il cui scopo conclamato è quello di socializzare il più possibile, se siete qualcuno che non ha la voce “socializzazione” tra le abilità sciorinate nel proprio curriculum. Niente paura, si fa e si sopravvive e, molto probabilmente, si vive bene. A breve, tutto lo spiegone su questi paranoici schermi.

2 pensieri riguardo “Studiare all’estero, che ansia!

  1. Ciao Erika, il tuo post mi è capitato a fagiuolo (come si suol dire), non perché debba andare a studiare all’estero, ma perché mi è stato proposto di lavorare all’estero, ovvero come fotografa in un villaggio turistico… mancano alcuni mesi, ma già da paranoica sto immaginando mille scenari possibili, alcuni in cui tutto fila lascio o quasi e altri in cui (la maggior parte) non riuscirei a stabilire rapporti di amicizia con gli altri, a farmi sentire e quindi la paura di non riuscire mai ad aprire bocca o dire solo cose senza senso, dato che certe volte mi è successo e mi sono vergognata terribilmente di me stessa ecc… soltanto che quelle volte me ne potevo scappare o comunque tornare a casa mia, dove c’era con chi riuscivo a parlare, invece in questo caso non potrei e se le mie fantasie catastrofiche si avverassero so già che mi sentirei male e sola. Secondo te, dovrei provare a buttarmi o questa situazione potrebbe essere troppo stressante e debilitante per me?

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    1. Ciao! Prova assolutamente a buttarti! In un villaggio turistico ci saranno sicuramente tante persone che avranno voglia di fare amicizia e saranno ben disposte, secondo me sarà più facile di quanto credi! È normale avere un po’ di ansietta di fronte a cose del genere, ma devi cercare di non farti vincere dalla paura… potresti perderti un’esperienza fantastica solo per mancanza di coraggio, sarebbe un peccato! Vedrai che comunque vada sarà esperienza in più guadagnata e, se proprio dovesse andare malissimo, una via di fuga potrai trovarla sicuramente, non ti preoccupare! In fin dei conti, se non stessi bene e volessi andare via, qual è la cosa più grave che potrebbe succedere? Ti auguro buona fortuna, fammi poi sapere come andrà! 🙂

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