Diventerò qualcuno?

Ciao amici, ben ritrovati!

Nonostante il molto tempo libero concessomi dalla “quarantena” (ancora non ho preso in simpatia la parola) su questo blog di articoli nuovi neanche l’ombra. Si, ok, mea culpa, ma anche scusa pronta: volevo scrivere questo articolo (si, si, proprio quello che state per leggere) e parlare di questo argomento, ma non sapevo come farlo. Continuavo a pensarci senza riuscire a mettere in ordine i pensieri in maniera coerente e dato che mi sembrava solo un’accozzaglia di idee senza filo logico continuavo a rimandare.

Quindi ora hai le idee chiare e ci spieghi tutto bene, direte voi. Assolutamente no, ma ho deciso di provare a parlarne lo stesso perché mi sono accorta che tanto più di così non riuscivo a venirne a capo e anzi ho pensato che magari qualcuno mi avrebbe dato un’opinione in merito, foss’anche “ottimo lavoro per una che nemmeno si droga” (accetto solo le critiche positive eheh).

Dunque, da dove iniziare. In questi giorni sono un po’ tormentata da questo pensiero ricorrente, questa para su cui continuo a rimuginare e verso cui provo sentimenti contrastanti, dall’ansia (quella non manca mai) al menefreghismo. Come spesso accade, gli artisti sono generalmente capaci di dare forma ai nostri pensieri nebulosi e infatti l’altro giorno ho sentito un verso di Caparezza che mi è parso riassumere in maniera quasi fastidiosa per quanto ingenuamente semplice i miei tormenti. Il verso è il seguente ed è tratto dal brano “Io diventerò qualcuno”:

“Ma non c’è più l’uomo qualunque

Tutti sono qualcuno, tutti sono in vetrina”

Il fatto che questo pezzo abbia l’età di un preadolescente la dice lunga su quanto poco originale sia questa mia riflessione, ma mi perdonerete se nel 2008 avevo altri crucci, quali fare irrealistiche fantasie sulla mia formazione superiore, nascondere i lacci dentro le scarpe a qualunque costo e ostinarmi a non voler fare l’orlo ai pantaloni (cosa che in retrospettiva non ho davvero mai capito).

Il fatto è che con il passare del tempo si attraversano giustamente differenti fasi della vita e si viene sottoposti a pressioni sociali senz’altro variegate ma anche sempiternamente ansiogene. I social sono sempre pronti a metterci il carico e infatti è proprio da lì che questa mia paranoia trae linfa vitale. Superata la fase della perfezione (caratterizzata dal dettame della vita perfetta, del corpo perfetto, del look perfetto) – anche perché ormai le influencer si fanno vedere senza grandi problemi senza trucco, con i capelli scompigliati, con i peli e i piedi brutti (e meno male) – mi sembra sia per me iniziata quella del dover a tutti i costi diventare qualcuno. Qualcuno con un lavoro e/o una passione interessante, che valga la pena di essere condivisa e usata come fonte di ispirazione. 

È questa mia analisi da sociologa della domenica fortemente influenzata dal fatto che questa presunta fase (tra l’altro, che momento poco propizio per parlare di fasi) casualmente coincida con il mio ingresso nel mondo del lavoro? Senz’altro. In particolare è subentrato in questa fase proprio lui, l’amico LinkedIn, l’ennesimo social che non è altro che un pendolo che oscilla tra l’essere la cosa più utile del mondo e il modo migliore per farti sentire costantemente un fallito. Se su Facebook tutti fanno le gite di famiglia più spassose del mondo, su Instagram tutti riescono a fotografarsi di fronte al Taj Mahal al tramonto senza mezzo disturbatore con i capelli scompigliati dalla brezza, su LinkedIn tutti stanno costruendo con #resilienza la propria #career e fanno il loro #job dei sogni. Che poi mi ricordo che da piccola ero confusa dal fatto che mia madre lavorasse in posta ma non fosse una postina, mi immagino queste creature che alla domanda della maestra “che lavoro fa tuo papà?” devono rispondere “Senior Marketing & Digital Advisor Consultant Visual Specialist” (scherzo).

Comunque, aldilà di LinkedIn e delle mie esagerazioni, mi sembra ci sia una generale tendenza a dare valore e rilevanza esclusivamente alle professioni e alle attività che sono fighe e/o rappresentano il coronamento di un sogno avuto sin da bambini, che sono la dimostrazione che si può fare delle proprie passioni un lavoro ecc ecc. 

Emblematico mi sembra l’esempio di Chiara Ferragni che nel suo pluripubblicizzato documentario (che ho visto con piacere ma che, non lo nego, un po’ di ansia da prestazione me l’ha messa) dice “volevo fare qualcosa che avesse un senso”. Premetto che: Chiara Ferragni mi piace e 90 su 100 non voleva scientemente denigrare le altre professioni. Premessa la premessa, io in ogni caso non capisco fino in fondo questa affermazione, perché mi sembra che tutto sommato qualunque attività o impiego – che non sia giacere inerte sul divano nutrendosi di cibo spazzatura – abbia un senso. Anche se non è il lavoro dei sogni, anche se non è interessante, anche se. Ma dall’altro lato sento sopra la mia testa la spada di Damocle di una sottile e costante pressione che tende a far coincidere la realizzazione personale/professionale con il fatto di avere un seguito e una certa esposizione mediatica, cosa che generalmente non succede se fai un lavoro “normale” perché alle persone non interessa vederti seduta otto ore al computer a lavorare come un automa. E soprattutto, l’ansia di non stare lottando per realizzare un sogno in particolare, anzi, il senso di colpa per non avercelo nemmeno, questo grande sogno da realizzare.

Sicuramente non mi sto riuscendo a spiegare, ma forse quello che voglio dire è che mi mette un po’ di ansia questo sentire di dover a tutti i costi trasformare una passione in lavoro, di doverlo preferibilmente condividere per essere di ispirazione e rendersi utile e, di conseguenza, dover confezionare un’immagine di se stessi molto poco poliedrica, perché si sa, i messaggi che funzionano bene sono sempre e solo quelli semplici e lineari. Ergo, per il grande pubblico non puoi essere quello che si interessa di giardinaggio, filosofia e canottaggio, ma devi scegliere ed essere primariamente delle tre l’una: o il filosofo, o quello con il canale sul giardinaggio o lo sportivo che pubblica foto del suo pettorale bagnato. 

Tempo fa ho visto un video che spiegava che, semplificando ma nemmeno troppo, per aumentare i propri follower sui social è necessario fare proprio questo: trovare una definizione di se stessi, incasellarsi generalmente in una professione o in una passione che ti permetta di rispondere con una (una!!) parola alle domande “chi sei?” e “cosa fai?”. Questa cosa mi ha fatto non poca paura e inizialmente mi sono sentita male perché mi sono accorta di non essere in grado di rispondere così a bruciapelo a due domande tanto semplici. Chi sono? Da dove vengo? Dove vado? Ed è subito Gauguin.

Woher_kommen_wir_Wer_sind_wir_Wohin_gehen_wir

Ma stavo dicendo… come potevo non sapere chi ero? Alla mia età i ragazzi hanno figli, giocano in nazionale, hanno milioni di follower e pubblicano libri. E io? Brancolo nel buio e costruisco la mia immagine un passo falso alla volta

Nei momenti di maggior forza spirituale, però, mi consolo e forse mi illudo pensando probabilmente con eccessivo buonismo che gli errori di fondo siano ben tre in questo processo:

  1. Banale, ma meglio dirlo: il successo nella vita e men che mai la felicità non si misurano necessariamente in follower;
  2. Non c’è niente di male ad essere “l’uomo qualunque” che fa il benzinaio o l’ostetrica e non ha coronato nessun sogno in particolare se non quello di trovare un lavoro e condurre una vita dignitosa;
  3. Non bisogna per forza riconoscere se stessi in un’unica attività o in un’unica parola in grado di descriverci. Personalmente, penso che quando sarò in grado di rispondere alla domanda “chi sei?” con una parola sola, forse dovrò riconsiderare l’andazzo che sta prendendo la mia vita.

Infine, credo sia profondamente sbagliato identificare automaticamente qualcuno con la professione che svolge: si rischia di mitizzare alcuni e demonizzare altri in maniera troppo semplicistica, cadendo in facili inganni. Ma questo è solo l’umile parere di una persona che, avendo appena cominciato, non è nella posizione di potersi identificare con un bel nulla.

Quindi, per concludere questo ennesimo articolo che ancora una volta non sta al passo con i tempi dell’internet, vi chiedo di cuore di farmi sapere che cosa pensate in proposito. Anzitutto, si è capito qualcosa di quello che volevo dire? Sentite anche voi le pressioni di cui ho parlato? Vi sembra di essere spettatori dei sogni degli altri? Vi paiono una marea di idizie? Fatemelo sapere con estremo garbo qui o sui miei socialz (leggasi: Instagram -> erikaporreca) così si crea engagement e posso non sentirmi una totale fallita.

 

Ora torno con mestizia al mio silenzio stampa, un saluto!

 

 

 

7 pensieri riguardo “Diventerò qualcuno?

  1. “l’ansia di non stare lottando per realizzare un sogno in particolare, anzi, il senso di colpa per non avercelo nemmeno, questo grande sogno da realizzare” – la mia vita sommata in una frase… 😀

    Grazie per l’articolo molto interessante e – secondo me – benissimo articolato!

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  2. Salve Erika… io sono un ascoltatore assiduo dei podcast di Davide (anche tuo podcast penso che possa dire) e oggi ho ascoltato un’episodio che parla su questo tuo nuovo progeto. Complimenti, e sucesso in questa sfida!

    Non ho avuto quest’ansia di cui parli, perchè ho iniziato a lavorare molto giovane, prima di essere laureato, e ho costruito la mia storia con base in questo lavoro. Ma penso che questo sia una circostanza dela vita… infatti, se lavorare fosse un divertimento, non avrebbe bisogno di pagare stipendio hehe…

    Io posso dire che sono un spetatore dei miei sogni! Penso di avere alcuni, forse molti, anni più di te, e posso dire che non há un’età da fermare di sognare, chiunque tu sia, qualunque cosa tu faccia!

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    1. Grazie mille Alexandre, è molto utile e molto interessante sentire l’opinione e la prospettiva di qualcuno con più esperienza! Un caro saluto, spero continuerai a leggere in futuro e ovviamente ad ascoltare il podcast!

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  3. Un vero piacere leggerti. Grazie per averci condiviso i tui pensieri. Le domande che ti avevi fatto sono in realtá filosofiche e per questo non ci sono un´unica risposta finale. Eppure, ti lascio alcune idee che ho pensato mentre ti leggeva. Non credo in quella idea “del´uomo qualunque”. Sempre si puó lasciare una impronta in qualcuno .
    Nella vita reale non c´è “followers”, ci sono le persone di carne ed ossa, i nostri cari, gli amici, i conosciuti.
    I sogni anche possono realizzarsi nella vita quottidiana, nella vita del “uomo comune”. Solo si bisogna di voler sognare.
    Non so se qualcuno possa mai sapere chi è. Davvero siamo un´unica persona?

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  4. Ciao Erika,
    mi piace il tuo blog. Per me come studente della lingua italiana è meraviglioso leggere testi come i tuoi.
    Ci sono moltissimi pensieri nella mia testa – anzi troppi!
    Ho deciso di scriverne due: uno è di AI-JEN POO:
    It’s precisely the people who are considered the least “likely” leaders who end up inspiring others the most. Everyday people and everyday acts of courage eventually change everything.
    Secondo: c’è un podcast molto raccomandabile: the Hilarious World of Depression. Qui anche persone di successo parlano liberamente delle loro ansie etc.
    Scritto questo finisco. Grazie ancora e ciao.

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