Tutte le cose sono difficili prima di diventare facili

Tutte le cose sono difficili prima di diventare facili. Si, vero, non c’è dubbio su questo: pensate a quando vi spremevate le meningi per cercare di imparare a memoria la tabellina del 7 o a quante volte vi siete sbucciati le ginocchia cercando senza successo di far avanzare la vostra piccola bici senza l’ausilio delle rotelle. Se siete donne, pensate alla prima volta in cui avete visto un tampax.

Peccato che far diventare facile una cosa difficile sia a sua volta una cosa difficile. Fortunatamente, difficile non vuol dire impossibile. Ma non dite che non vi avevo avvertito: non sarà facile.

Partiamo dalla base delle basi delle cose per me difficili: parlare con le persone. Già. Lo so.

Le mie prime memorie legate all’ansia di aprire bocca di fronte a sconosciuti risalgono a una tenera età in cui mia madre, tentando di insegnarmi le regole primitive della convivenza civile e dell’educazione, mi intimava pronunciando la più spaventosa delle parole: “Saluta”. Dalla sarta, al supermercato, dalla pollaia. Quanti saluti avrò negato a tutta una serie di negozianti inteneriti dalla mia timidezza. Non c’era verso, io non riuscivo a salutare nessuno: il solo pensiero di pronunciare la parola ciao e rivolgermi a uno sconosciuto mi paralizzava facendo affluire tutto il sangue che avevo al mio faccino paffuto di bimbetta. Nella mia mente, ero troppo piccola e insignificante per potermi rivolgere a una persona adulta senza provare imbarazzo e un patetico senso di inferiorità.

Negli anni, mentre diventava sempre più facile dire “ciao” alle persone (per buongiorno ci è voluto un certo tempo) tanti altri ostacoli si frapponevano tra me e l’adempimento di funzioni sociali elementari quali comprare qualcosa in un negozio, chiamare un servizio per telefono, fare amicizia con i coetanei, parlare in una lingua straniera, andare a ballare, insomma ci siamo capiti. I grandi classici.

Parlare con gli sconosciuti non è mai stato facile e mi sembrava che ad ogni tentativo di farlo le cose andassero sempre male: o qualcuno mi  canzonava per il modo in cui avevo detto qualcosa, o si creavano incomprensioni e conseguenti figuracce, o volevo rimangiarmi tutto il discorso perché mi sembrava tremendamente stupido una volta detto ad alta voce. Molte altre volte, invece, semplicemente la mia mente si bloccava e non elaborava nulla da dire, così che per quanto mi sforzassi non sapevo in alcun modo come contribuire alla conversazione e rimanevo in religioso silenzio.

Però, c’è un però. Nella vita di tutti i giorni, siamo tenuti a parlare molte più volte di quante non vorremmo. Semplicemente, siamo esposti a così tante occasioni in cui è necessario farlo, che spesso e volentieri non possiamo esimerci. Ed è così che giorno dopo giorno, una cosa difficile è diventata più facile. Al supermercato ho iniziato a salutare la cassiera quando andavo a fare la spesa con mio padre, poi a porgerle la carta e digitare il pin con mano tremante e pian piano con mano sempre più sicura. Negli anni ho preso ad andare al supermercato da sola, e non lo nego, ogni volta che facevo la fila alla cassa pensavo a quale sicura figuraccia mi attendesse: forse non sarei stata abbastanza veloce a imbustare la spesa, forse avrei dimenticato il pin del bancomat, forse avrei fatto cadere un vasetto di vetro scatenando il panico o chissà che altro. Si, tutto questo per comprare magari due zucchine e un pezzo di pane. Ma alzi la mano chi non ha mai provato l’ansia da prestazione all’imbustaggio. Con tutti che ti guardano. Quelli in coda insofferenti per la tua estenuante lentezza. E la cassiera e le sue unghie ricostruite che scuotono la testa con disapprovazione. E il registratore di cassa che ti giudica fissandoti con il suo display a sette segmenti. Che incubo. Comunque, tornando a noi, più lo facevo e meno erano le cose che di volta in volta  mi preoccupavano: guardando come si comportavano gli altri ho memorizzato ed emulato le cose da dire, i gesti da fare e sapevo che quelli mi avrebbero messa al sicuro. Copiare quelli che “sanno come si fa” è una buona strategia: dare l’apparenza di essere sicura mi faceva sentire più sicura. E improvvisamente, mi sono accorta che la cassiera non mi guardava poi così strano, ma notava a malapena la mia faccia e il registratore di cassa, beh, incredibile ma vero, non aveva occhi per fissarmi con disprezzo. Invece di preoccuparmi di 200 cose, ho iniziato a preoccuparmi di 199 e più ripetevo la stessa azione, più gli aspetti preoccupanti che la riguardavano si riducevano, fino a scomparire (quasi) del tutto. Quasi, perché quel po’ di sano brivido vogliamo lasciarcelo, no?

E così è stato per tante altre cose: tante situazioni sociali mi hanno messa nell’obbligatoria condizione di dover parlare e avere interazioni che non desideravo assolutamente avere. La lista fa ridere per quanto è lunga e spazia dalle conversazioni con la parrucchiera (di che cavolo parlano tutti quando stanno seduti su quella poltrona?) a quelle con il compagno di banco (che cavolo bisbigliano tutti mentre il professore spiega?) passando per gli sconosciuti parenti (come fanno a sapere chi sono io se io non ho idea di chi siano loro?). Farlo (e farlo male) tante volte, mi ha aiutata a pensare a delle strategie che potessero aiutarmi a farlo meglio:

  1. Osservare che cosa facevano e che cosa dicevano gli altri;
  2. Cercare di ripetere i comportamenti degli altri che mi sembravano di successo, nei limiti del possibile e del mio comunque sempiterno disagio;
  3. …. adesso ne parliamo.

La pratica non rende perfetti forse, ma rende migliori. Così ho sentito dire. Ora, così sembra tutto facile, ma io avevo avvisato che c’era una parte difficile. E qui veniamo al punto 3. Il punto 3 è la parte più difficile.

Il punto 3 richiede il nostro sforzo, perché consiste nell’obbligare noi stessi a fare ripetutamente quelle azioni che vorremmo evitare come la più mortale delle pesti, e a non scappare a gambe levate come ci verrebbe naturale e gradito fare. Se è vero che in tante situazioni ci ritroviamo obbligati a parlare, altrettante sono le occasioni in cui tutto sommato c’è una via di fuga e si può evitare l’interazione indesiderata. Ecco, quelli sono i momenti che richiedono il nostro sforzo. Serve più spazio per parlarne (lo farò prossimamente), ma per ora iniziamo con il dire che non è necessario fare uno sforzo erculeo. Si può iniziare con uno piccino, purché si inizi.

Se qualcosa di noi stessi non ci piace, non c’è nessun’altro che può cambiarlo al posto nostro. E questa si che è una tragedia. Ma nella tragedia una buona notizia c’è: questo significa che possiamo essere noi stessi a decidere la misura del nostro sforzo e i tempi in cui vogliamo farlo. Niente pressioni (ok, forse un pochino mentre imbustiamo la spesa, ma cerchiamo di non pensarci). Chi è che non ha sempre tanta voglia di cambiare e di essere migliore e lo pensa con tutta la sicurezza del mondo la sera, al buio, prima di dormire? (Spoiler: tutti quanti). Poi, il giorno dopo, all’atto pratico prendere coraggio fa paura e niente è semplice come sembrava. Ma ve lo ricordate? Tutte le cose sono difficili prima di diventare facili.

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