Timidezza vs introversione: perché non sono la stessa cosa

Ciao amici,

dopo lungo tempo torno a scrivere su questo blog. Potrei giustificare il mio periodo di latitanza dicendo che recentemente sono stata molto impegnata e non ho avuto molto tempo da dedicare a questa attività. Tuttavia, ogni volta che pronuncio o penso la frase “non ho avuto tempo”, l’eco della mia coscienza mi ripete, come un monito, le parole del caro Seneca, che saggiamente diceva una cosa giustissima: “Non è vero che abbiamo poco tempo: la verità è che ne sprechiamo molto”. Insomma, la questione non è quanto tempo abbiamo, ma come decidiamo di usarlo. E dunque, recentemente non è che io abbia avuto poco tempo: semplicemente ho deciso di distribuire il mio tempo libero – che, questo è vero, negli ultimi tempi si è piuttosto ridotto – in maniera diversa. Come? Beh, oltre ad usarlo per guardare i video di gattini su Instagram (dai, lo facciamo tutti e chi non lo fa mente) ho deciso di dedicare il mio tempo libero alle persone. No, niente di nobile tipo il volontariato, semplicemente ho deciso di trascorrere più tempo possibile insieme alle persone a me care per fare cose, anche semplici, in compagnia. 

Questo mio improvviso desiderio di socialità mi ha portato a pensare all’argomento di oggi. Ora, è chiaro che io stia sfidando le leggi dell’Internet e dell’attenzione ai tempi moderni: mezza pagina di testo e ancora non vi ho detto di cosa voglio parlare… a questo punto nessuno starà più leggendo. Voglio però fare comunque questo azzardo perché in fondo spero che in questi giorni di quarantena forzata (ma perché la chiamiamo così nonostante quello che stiamo facendo sia ben diverso da una reale quarantena? Bu, forse perché fa tragico e suona bene) le persone non abbiano molto da fare e vogliano leggere quello che scrivo, foss’anche per poi farsene beffe.

Ma comunque, dicevo: riflettere sul mio bisogno di socialità mi ha portato a ripensare ad un argomento di cui già in passato avrei voluto parlare, ovvero… momento suspence inutile perché l’avete già letto nel titolo… la differenza tra timidezza e introversione.

Molte persone – e direi anche giustamente, perché se nessuno te lo spiega uno che ne sa? – pensano che i due termini siano sostanzialmente sinonimi. In realtà non è così, e parleremo anche della ragione per cui spesso si commette questo errore. Ma allora qual è questa differenza? Premetto (ce n’è bisogno?) che non sono una psicologa e dunque vi spiegherò le cose in soldoni, ma non temete: è pieno di siti in italiano e non che spiegano tutto benissimo utilizzando i termini tecnici del caso.

Innanzitutto: l’introversione è una questione di temperamento, mentre la timidezza è una questione di carattere. Per capirci: l’introversione è un tratto della personalità innato, mentre timidi non si nasce, si diventa. L’introversione è un modo di essere, la timidezza un modo di comportarsi. 

La sostanziale differenza tra i due termini si può, a mio avviso, spiegare con la seguente proporzione da me inventata per l’occasione:

timido : non potere = introverso : non volere.

Ho usato il verbo potere perché si abbinava meglio al verbo volere, ma in realtà sarebbe più corretto dire non riuscire. L’introverso tende ad isolarsi perché non vuole (in quel momento) avere relazioni sociali, mentre il timido, pur magari volendo, non riesce a farlo. Capite che sono due motivazioni ben diverse.

Le persone introverse sono particolarmente introspettive, stanno bene in solitudine e apprezzano la riservatezza, per indole. Non sono a disagio nelle situazioni sociali, semplicemente non le prediligono, non le trovano interessanti o, ancora, le trovano faticose a livello mentale. 

I timidi invece tendono a stare in disparte perché bloccati dal timore del giudizio altrui, dall’imbarazzo, insomma, dalla solita paura delle figuracce. Questo, come detto, non significa che non vorrebbero in assoluto essere i party animals della situazione. Il comportamento riservato della persona timida è quindi piuttosto una misura adottata per fronteggiare una condizione di disagio sociale, non tanto una scelta dettata dalla propria predilezione.

Cattura

Spiegare perché i due termini vengano così facilmente confusi è ora piuttosto semplice. La ragione risiede sostanzialmente nel fatto che i comportamenti delle due categorie possono essere molto molto simili: un timido e un introverso sono entrambi quel genere di persona che, in un gruppo, è capace di proferire quattro misere parole nell’arco di tutta una serata. Ciò che li distingue sono però le motivazioni alla base di questo analogo comportamento: il disinteresse in un caso, il timore nell’altro. 

Per il sistema di valori della nostra società, che vede nell’estroversione una qualità e predilige leader con spiccate doti comunicative, solitamente sia timidi che introversi vengono considerati personaggi deboli e passivi, etichettati negativamente e inseriti in un unico calderone di “quelli che non parlano mai“.  Ora che ci penso, approfondirò volentieri questo discorso in un altro post.

Inoltre, c’è ancora da dire che le due caratteristiche possono perfettamente convivere nella stessa persona: si può essere sia timidi che introversi, ma anche solo timidi o solo introversi. Peraltro, come in molti altri casi, è importante ricordarsi che noi umani siamo così complessi e variopinti che è difficile appiccicarci in fronte delle etichette che valgono in maniera assoluta. Tu timido, lui estroverso, io introverso.

Per esempio, nel mio caso credo di avere tratti appartenenti ad entrambe le  categorie, ma allo stesso tempo di non rispecchiarmi al 100% in nessuna delle due. Come vi dicevo, non rifuggo la socialità e anzi la apprezzo, ma a volte trovo alcune interazioni sociali estremamente faticose e altre volte mi ritrovo in situazioni in cui vorrei parlare ma non so davvero cosa dire, mi sento fuori luogo e taccio per timore di fare brutta figura. A volte dipende da quale grado di intimità e conoscenza condivido con il mio interlocutore, altre volte no: mi capita in alcuni casi di essere perfettamente a mio agio in conversazioni con sconosciuti ed essere invece in difficoltà con persone che conosco decisamente meglio. In generale, mi sembra che la mia predisposizione alla socialità sia fortemente legata alla situazione, al mio umore, al luogo e al contesto in cui mi trovo.

Prendere atto dell’impossibilità di una catalogazione netta e assoluta ci insegna anche che è stupido dire per partito preso “ecco, sono timido, significa che non riuscirò mai a parlare con nessuno” o “nono, io sono introverso, odio le relazioni sociali”. Il mio consiglio è di cercare di fare ciò che in quel momento sentiamo possa farci stare bene e, come sempre, se ci rendiamo conto che c’è qualcosa che ci blocca nel riuscire a fare qualcosa che desideriamo, cercare con pazienza e piccoli passi di combatterlo, per liberarcene. In generale, credo sia sempre importante cercare di capire meglio i nostri comportamenti e le loro motivazioni, per aggiustare il tiro quando ci rendiamo conto che qualcosa non va e, in generale, per poter capire meglio noi stessi, il che, lo saprete bene, può essere davvero un’impresa.

E voi, siete timidi? Siete introversi? Ve ne infischiate delle classificazioni? Fatemi sapere!

Per quanto mi riguarda, per oggi è tutto, ci risentiremo prossimamente (oppure no, chi lo sa). Buona giornata e buona quarantena (ancora?) a chi mi legge spalmato sul letto allo stremo della noia. Passerà.

 

6 pensieri riguardo “Timidezza vs introversione: perché non sono la stessa cosa

  1. Io dopo aver letto nel libro “Persone altamente sensibili” che la timidezza è un sentirsi momentaneo e non un tratto caratteriale (sempre presente), mi sono sentita molto meglio con me stessa.
    Da allora dico sempre “mi sento timida” e non “sono timida”, già questo mi rende meno a disagio nelle situazioni sociali.

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  2. Mi è piaciuto molto il tuo blog e mi ha fatto pensare alle persone che “si sentono timide” in questo tempo dove tutto è mostrato in rete come una condizione necesaria per essere con gli altri: sentimenti, emozioni, etc. Giusto quello che i timidi non possono fare. Secondo me, forse, lo schermo puó dare loro un contenimento a questo sentire perché nessuno li sta guardando veramente, possono essere se stessi oppure essere altri. Magari questo tempo di relazioni online potrebbe essere un aiuto nella sua fiducia. Grazie Erika per la buona lettura, anche in Argentina siamo in quarantena.

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    1. Si, io penso che da un lato essere dietro ad uno schermo possa aiutare ad esprimersi con più libertà, trovare altre persone che si sentono come te con cui condividere le tue esperienze, ma dall’altro vedere la felicità degli altri sempre in mostra può fare male… grazie mille per il tuo commento, un abbraccio virtuale! Ce la faremo!

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  3. Ciao Erika, è stata una lettura davvero piacevole. Grazie, mi hai fatto riflettere.. Penso esista l’ introverso invidioso.. Che ammira l’anima della festa, che quindi arriva con facilità a comunicare con gli altri perchè in quel momento Vuole farlo, ma che quando arriva a ció che desidera si sente appesantito e si ritira nella chiocciola, provando anche una sorta di autocompiacimento per ció che è riuscito ad ottenere da sé stesso. Questo cambio di atteggiamento (interno-esterno-interno) disorienta chi lo circonda, impedendogli di creare relazioni stabili. Probabilmente ritiene di essere timido perchè teme il giudizio di chi ha assistito al suo teatrino. La sua mente la riporta alla sensazione di essere giudicata…scusa il pippone

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    1. Ciao! Puoi scrivere tutti i pipponi che vuoi qui! 🤗 si come dicevo poi è difficile a mio parere tracciare dei confini netti, ognuno manifesta le proprie peculiarità e ha degli atteggiamenti che non sempre è facile capire da fuori, a volte anche inconsapevoli…

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