Pensieri irrazionali (ovvero di come siamo parte del problema)

19 luglio 2019, Torino.
L’estate in città è afosa, torrida. Il caldo sale dall’asfalto, il sole picchia in testa senza tregua.

Sono in pieno centro di una delle città più grandi d’Italia e mi ritrovo in mezzo a due scene che potrei definire pietose. Non ho il coraggio per fare nulla di utile e ora, forse per cercare di redimermi, forse mossa dalla rabbia, scrivo questo articolo nel tentativo di usare le parole come strumento per porre rimedio.

Scena numero uno: cammino per le stradine acciottolate di una via laterale, in mano un panino caldo che poi è il mio pranzo, anche se sono le quattro di pomeriggio. Un uomo a poca distanza da me parla ad alta voce in tono canzonatorio. Sta gridando alle spalle di una ragazza che cammina alcuni metri più avanti con un vestito blu. Un vestito blu evidentemente troppo corto per i gusti dell’uomo, che la deride dicendole che faceva prima a non metterlo, ché tanto si vede tutto. “È troppo corto!” le grida, ma a distanza di sicurezza, da bravo pavido qual è. La ragazza non si volta, non risponde, si allontana, ma chiaramente sente tutto. Probabilmente prova vergogna: tutta la via si è voltata a guardarla. Una donna sulla soglia di un negozio si unisce all’ilarità dell’uomo e, sghignazzando, scuote la testa in segno di disapprovazione.

Passa, credo, nemmeno mezz’ora e mi tocca, mio malgrado, assistere alla

Scena numero due: sono seduta da alcuni minuti su una panchina, sempre nello stesso quartiere del centro. Una signora anziana, che scopro poi avere quasi 90 anni, si siede accanto a me. Ha voglia di parlare, mi dice che ha messo i pantaloni lunghi perché “sa, con queste vene sulle gambe… non mi va che si vedano. Però che caldo che fa con questi pantaloni”. Le dico che non dovrebbe preoccuparsene, le dico “dovrebbe fregarsene”. Tempo dieci minuti, passa sul marciapiede una ragazza in pantaloncini corti, molto in carne e, senza pudore, praticamente davanti a lei, la signora sente la premente esigenza di voltarsi verso di me e dirmi “come si fa, se io avessi quelle gambe li, non metterei mai i pantaloni corti… almeno una gonna fino al ginocchio”. Non voglio contraddirla, nemmeno la conosco, ma non voglio neppure assecondarla… esito un po’, poi mi limito a rispondere “Ma se lei è contenta così…”. La signora non è d’accordo, però la vedo che è un po’ in difficoltà, non ha grandi argomenti e l’unico che riesce a trovare è “Si, ma non è bello da vedere.”

Ora, io volevo fare una semplice domanda: esiste per caso una legge che ci impone l’obbligo morale di compiacere i gusti estetici altrui? O in alternativa: quale legge ci da il diritto di pretendere che questo nostro gusto estetico venga appagato e soddisfatto da chi ci circonda? Davvero ci aspettiamo che gli altri adottino certi comportamenti con il solo scopo di apportare piacere alla nostra vista? Siamo seri?

Io non penso di esagerare se dico che sentire queste cose mi ha fatto stare male. A che cosa serve dire che bisogna credere in se stessi, amare il proprio corpo, non vergognarsi del proprio modo di essere perché è la cosa giusta da fare, se poi fuori è questo quello che succede? Come si fa a non aver paura se questi sono i presupposti?

Non si può far finta che il giudizio degli altri non ci ferisca. Non è per questo che siamo programmati. Siamo animali sociali, l’appartenenza al gruppo è stata ed è alla base della nostra sopravvivenza come specie. Siamo fatti per ricercare l’approvazione degli altri, perché il nostro cervello, anche se non siamo più gli ominidi di milioni di anni fa, ragiona secondo la semplice equazione inclusione = sopravvivenza.

Allora, forse, non è la nostra natura che dobbiamo mettere in discussione, ma la natura dei nostri giudizi. Chiediamoci su quali basi ci permettiamo di emettere sentenze. Chiediamoci se siamo contenti che certi preconcetti ci influenzino e limitino le nostre stesse libertà. La stessa signora che soffriva il caldo perché bloccata dalla paura di esibire le vene varicose non ha esitato a biasimare chi invece ha – come è logico – preferito stare al fresco. Eppure lo stava provando sulla propria pelle il fastidio di doversi limitare per compiacere il buon gusto comune.

Non c’era un altro uomo ad alimentare l’onta per il vestito blu troppo corto di una poveretta che camminava in strada per i fatti suoi. C’era una donna, che conosce perfettamente l’imbarazzo di dover tirare dritto in silenzio di fronte ad apprezzamenti, commenti o fischi non richiesti ricevuti per strada, che sa esattamente che cosa significa esitare davanti allo specchio prima di uscire, chiedendosi se forse quel vestito non sia troppo aderente troppo scollato troppo corto troppo senza spalline troppo rosso o Dio solo sa che altro per l’occasione.

Ditemi voi se, analizzata in questi termini, questa non è una contraddizione che ha dell’inspiegabile. Eppure tutto si spiega, anche se la spiegazione sarebbe troppo lunga e non è questa la sede. La versione breve è che abbiamo delle idee irrazionali che portiamo avanti perché sì, e siamo talmente abituati a certi preconcetti che questi ci saltano alla mente in automatico.
Non possiamo farne a meno, non vi chiedo di farne a meno. Non posso dirvi di non pensare “puttana!” quando vedrete una ragazza con il seno in mostra, perché lo penserete.

Io lo penso, non ho problemi ad ammetterlo. Ma ho una piccola strategia che ho iniziato ad utilizzare. Ve la espongo, nel caso vogliate prendere spunto. Quindi dicevamo: ok, “puttana” è il primo pensiero, immediato, irrazionale. A questo punto serve un piccolo sforzo. Serve auto indursi il seguente, semplice pensiero, che deve seguire ogni giudizio negativo vomitato d’impulso: “Sicuro?”
Lasciate a voi stessi il beneficio del dubbio. Chiedevi se siete proprio sicuri che due cosce grasse siano un’offesa al vostro senso della vista, se una coppia omosessuale che si bacia viola il buon costume più di una etero (forse non lo viola affatto, può essere?), se davvero l’africano che cammina dietro di voi ha come unico scopo quello di uccidervi.
Di solito, dopo averci pensato concludo che una ragazza con il seno di fuori è solo una ragazza con il seno di fuori. Se è puttana o santa non lo so e, in ogni caso, non è un giudizio che spetta a me dare. Non è facile, non credete.

Però pian piano i miei pensieri impulsivi stanno diventando meno automatici, pian piano sto imparando ad essere un po’ più riflessiva prima di dire che la vicina di casa è una poco di buono perché dorme ogni notte con un ragazzo diverso. Sto trasformando alcune uguaglianze mentali in disuguaglianze. Del resto, ho fatto lo scientifico, posso fare questo ed altro.

Tutto questo per dire che troppo spesso in realtà siamo parte del problema, imbottigliati in un circolo vizioso in cui ci siamo accomodati senza essere davvero consapevoli di stare contraddicendo noi stessi. Quanto ci piacerebbero certe libertà che poi per primi neghiamo agli altri e di conseguenza a noi stessi, solo perché siamo abituati a seguire una linea di pensiero retrograda. Abbiamo paura dei giudizi degli altri, ma nessuna paura dei giudizi sugli altri.
Ho detto in una storia su Instagram qualche giorno fa che avremmo molto meno timore dei giudizi, se le persone non fossero così stronze. Questo post era per ricordarci che, purtroppo, troppo spesso gli stronzi siamo noi.

Non è bello essere stronzi, diffidate di chi vi dice il contrario. Fidatevi di me, che vi dico che è bello essere gentili, o se non vi riesce, perlomeno civili. Allenate la vostra gentilezza, a volte basta poco: a volte, semplicemente, basta un “sicuro?” in più.

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